Il 20 giugno 2025 la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di ritirare la proposta di direttiva “Green Claims”, presentata nel 2023 per introdurre regole comuni sulle dichiarazioni ambientali e distinguere la sostenibilità reale da quella solo comunicata. La notizia, rilanciata da diverse testate e organizzazioni europee, ha suscitato un immediato dibattito. Pochi giorni dopo, i portavoce di Bruxelles hanno chiarito che non si tratta di un ritiro formale, ma di una sospensione politica e procedurale: il dossier è di fatto congelato e i negoziati si sono fermati. Il risultato, però, non cambia: la cornice normativa di dettaglio sui claim ambientali non è entrata in vigore. Tra le motivazioni ufficiali figura la volontà di evitare nuovi oneri per le microimprese — quelle con meno di dieci dipendenti e un fatturato sotto i due milioni di euro — una giustificazione che convince poco se confrontata con l’esigenza di un mercato più trasparente e informato. Paradossalmente, proprio nei settori più complessi e a elevata intensità di capitale, come la logistica, una disciplina chiara sui metodi di calcolo, le verifiche indipendenti e i criteri di comparazione avrebbe potuto rafforzare la concorrenza leale e la qualità dei dati ambientali. La realtà è che la direttiva si è arenata tra spinte politiche contrapposte e una crescente tendenza deregolatoria, che confonde la libertà d’impresa con l’assenza di regole. Oggi resta in vigore soltanto la direttiva (UE) “Empowering Consumers for the Green Transition”, che rafforza la tutela contro il greenwashing vietando claim vaghi o non comprovati, etichette prive di certificazioni affidabili e dichiarazioni “a impatto zero” basate solo su compensazioni. Tuttavia, senza una “Green Claims Directive” che definisca criteri tecnici uniformi — dal perimetro di calcolo alla qualità dei dati fino ai meccanismi di assurance — l’impianto resta incompleto e lascia ampio spazio a interpretazioni soggettive.
A cura di: Avv. Davide Magnolia, Studio legale LCA


